UN SEVERO PROSCIUGATO LINGUAGGIO PLASTICO

 

I passaggi dal primo riconoscimento della propria inclinazione plastica all'iniziale enuclearsi del linguaggio e al subitaneo suo svolgersi in visione scultorea segnata dallo stile, sono stati in Stefano Pierotti rapidi e conseguenti, e consumati senza lasciare soverchie scorie scolastiche. Si direbbero quasi brucianti, considerando che è trascorso poco più d'un lustro dall'esordio espositivo, e appena un decennio dal Ritratto di Raffaella, un bronzo la cui modellazione in creta costituì, come ricorda l'artista medesimo, il suo battesimo del fuoco, da perfetto autodidatta quale era allora, e quale sostanzialmente sarebbe rimasto nel proseguo, in quanto incline ad acquisire con la ricerca sul campo le conoscenze tecniche e linguistiche pertinenti al proprio immaginario, pur avendo intrapreso regolari studi curricolari.

Vero è che Pierotti è nato in una città, Pietrasanta, della cui topografia urbana e immagine culturale e vocazione economica la scultura è parte cospicua, da secoli.

Nel contesto pietrasantino egli appartiene, inoltre, a una famiglia il cui ramo materno annovera più generazioni di scultori, devoti alla tradizione artigiana delle botteghe divenute famose nel mondo.

Non desta meraviglia, pertanto, il fatto di non scorgere sostanziali differenze di concezione costruttiva e di conduzione plastica tra le sculture della primissima stagione creativa e quelle andate allineandosi nello studio con l'avanzare del decennio.

Certo non sfuggirà la soluzione sintetista dei volumi e tendenzialmente aerodinamica della struttura scultorea, in opere di diverso soggetto come Corridore e Coppia, entrambe del '92. Nelle quali è evidente il gusto per gli impianti spazialmente compositi e per le anatomie complicate come mirabolanti architetture.

Peraltro, la forma plastica appare piuttosto semplificata e compatta, diremmo prosciugata e tirata all'essenziale; e dunque si qualifica per antinaturalistica, in quanto poco sensibile ai valori luministici della superficie toccata e alla definizione realistica del dettaglio. La si direbbe piuttosto una scultura oggettualizzata, mirante a fissare nel sintetismo della forma serrata e chiusa la dinamica di un gesto che amplifica ma non libera nello spazio l'energia sottesa.

Siamo di fronte a una scultura compendiaria in cui sembrano confluire diverse suggestioni culturali, tutte di derivazione primonovecentesca, d'area simbolista, futurista ed espressionista. Quest'ultima indicazione e da considerare, a mio avviso, la più pertinente a rappresentare l'empito del sentimento interiore affidato alla scultura e "castigato" nell'esigenza di disciplinare la forma a un esito di più concentrata tensione plastica. E penso alla modellazione ferma dei volumi e alla proiezione dinamica delle strutture nello spazio tipiche di Barlach o, come esempio toscano, del Monumento ai Caduti di Viareggio, opera di alta intonazione drammatica dovuta a Viani e Rambelli.

In seguito mi sembra che alle suggestioni espressioniste si alternino, e in alcuni casi decisamente si sovrappongano altre di appartenenza più generalmente simbolista, facenti capo alla lezione di Wildt del quale non si ripete, peraltro il gusto necrofilo della forma congelata nella pulitezza  estrema dei volumi. Pienotti indaga piuttosto la tipologia delle posture onde utilizzare al massimo grado di espressione il linguaggio del corpo, senza ricorrere alla facile eloquenza declamatoria della gestualità dirompente.

Ne scaturiscono composizioni plasticamente sempre più raddensate e tendenti a ripiegarsi, dal punto di vista strutturale, su loro stesse, i corpi tirati al massimo dalla tensione muscolare per esprimere un contenuto interiore, come Il mare del mio pensiero (1994) o ancor più nella splendida coppia di nudi rannicchiati a far blocco coerente del corpo, sculture del 1997 che recano titoli emblematici come Al tramonto o ancor più L’urlo.

Quando, al contrario, cerca la rappresentazione del movimento in atto, Pienotti dispiega con sicurezza costruttiva la struttura plastica nello spazio e la dispone in agili impalcati talora disegnando eleganti figure acrobatiche di cui s’ammira l’equilibrio del corpo reso aereo e come dematerializzato (Ginnasta su trave, 1996), talaltra fissando il passaggio fulminante di uno Sciatore (1997) di cui cogli l’efficacia dinamica della linea scattante, piegata alla massima penetrazione vettoriale nello spazio.

All’originaria predilezione per il dinamismo plastico risalente alle formulazioni del Secondo Futurismo, mi pare che nello sviluppo recente e recentissimo della sua scultura Pierotti vada sostituendo quella per l’organismo scultoreo che nella sua salda e lucida fissità plastica esprime un moto potenziale, una pulsione rattenuta, un sentimento inespresso che si affida alla sola virtù comunicativa della partitura corporale sorpresa e come sospesa nelo spazio. Ne è un esempio La guerriera, 1997, apparizione straniante che rammemora certi esiti inquietanti della Nuova Oggettività, oer quanto Pienotti sembri interessato piuttosto ad una visione esistenziale che critica, in ordine alla politica e alla sociologia, dei contenuti impliciti nel suo teatro di figure scultoree.

 Infine qualche considerazione merita la galleria delle figure eseguite quest’anno, e che sono dunque da considerarsi l’esito ultimo di una ricerca ancora aperta, di un work in progress sicuramente foriero di interessanti novità nell’immediato futuro. In queste opere che recano titoli più evocatori dei precedenti, ad esempio Marer maruta oppure Illusione di un istante o ancora Libertà, Crisalide, Mistral, mi pare che Pienotti vada accentuando la verticalità dell’impianto e aggredendo la compattezza della forma plastica mediamente sottili e modulari membrane che, sotto pattezza della forma plastica mediante sottili e modulari membrane, che sotto speciedi vesti fluitati, arono allo spazio circostante le figure ancillari, ipotizzando azioni concrete nella fenomenicità di un ambiente che investe e condiziona la materia plastic, rendendola al quanto sensibile alla luce e, più generalmente, all’atmosfera locale. In queste opere pare di scorgere anche una più esplicita disposizione al racconto, ossia all’espressione poetica di un sentimento dell’essere affidato alla semplice affabilità di un gesto compiuto nella normalità del quotidiano. In questo forse l’artista fornisce un’indicazione sullo sviluppo prossimo venturo del suo percorso.

Nicola Micieli